Il fenomeno dell’offshoring è stato oggetto di crescente attenzione da parte di media, manager e accademici (Levy, 2005; Manning et al., 2008; Contractor et al., 2010). Nella definizione più generale l’offshoring riguarda la de-localizzazione e/o esternalizzazione di produzione (attività tangibili) e servizi (quali attività specifiche, processi o intere funzioni, qui indicate genericamente con il termine attività intangibili, Grimaldi et al., 2010) verso Paesi esteri, in particolare quelli caratterizzati da economie emergenti, come India, Cina, Russia, Brasile. Se esternalizzazione e de-localizzazione della produzione per accedere a nuovi mercati o a risorse meno costose non sono una novità per le imprese occidentali, la tipologia di attività oggetto di offshoring si sta di recente muovendo verso servizi ad alto contenuto di conoscenza, talvolta strategici per le organizzazioni (offshoring delle attività intangibili). Tra i fattori che abilitano la crescente diffusione dell’offshoring delle attività intangibili si ricordano la diffusione delle ICT, la modularizzazione di prodotti e processi, la ridotta disponibilità di alcuni tipi di competenze, la liberalizzazione dei mercati, e la crescente integrazione interorganizzativa. Come mostrato in Figura 1, quando l’offshoring riguarda l’esternalizzazione di attività intangibili ad altre imprese fornitrici di servizi specifici (ad esempio imprese di consulenza) viene qualificato come offshore outsourcing. Quando un’impresa, invece, fa un investimento diretto in un Paese emergente e apre un centro proprietario, si parla di captive offshoring. Scelte di localizzazione all’interno dei confini nazionali sono quelle che portano a mantenere ‘in house’ le attività intangibili oppure a esternalizzare, ma all’interno dei confini nazionali (domestic outsourcing).Per chiarire meglio quali sono i ‘contenuti’ dell’offshoring delle attività intangibili (captive e outsourcing), si noti che il termine si riferisce all’approvvigionamento di input, piuttosto che ad attività di vendita in output e che nasce per fare fronte a bisogni globali o domestici delle imprese, piuttosto che a necessità locali nei Paesi emergenti. In altre parole, non si riferisce né alle attività legate all’ingresso in un nuovo mercato locale (ad esempio la vendita di prodotti e servizi nel mercato cinese) né ai servizi per supportare le attività locali (ad esempio la gestione delle risorse umane per la sede cinese). Solo se le attività svolte dal centro proprietario o dall’impresa fornitrice supportano l’impresa a livello globale oppure offrono servizi per le sedi domestiche, allora si parla di offshoring (Lewin et al., 2009).

M. R., Tagliaventi, Elisa, Mattarelli e Zanoni, A.. "L’offshoring delle attività intangibili e le PMI: i casi di due imprese italiane" Working paper, Università di Bologna, 2012.

L’offshoring delle attività intangibili e le PMI: i casi di due imprese italiane

MATTARELLI, Elisa;
2012

Abstract

Il fenomeno dell’offshoring è stato oggetto di crescente attenzione da parte di media, manager e accademici (Levy, 2005; Manning et al., 2008; Contractor et al., 2010). Nella definizione più generale l’offshoring riguarda la de-localizzazione e/o esternalizzazione di produzione (attività tangibili) e servizi (quali attività specifiche, processi o intere funzioni, qui indicate genericamente con il termine attività intangibili, Grimaldi et al., 2010) verso Paesi esteri, in particolare quelli caratterizzati da economie emergenti, come India, Cina, Russia, Brasile. Se esternalizzazione e de-localizzazione della produzione per accedere a nuovi mercati o a risorse meno costose non sono una novità per le imprese occidentali, la tipologia di attività oggetto di offshoring si sta di recente muovendo verso servizi ad alto contenuto di conoscenza, talvolta strategici per le organizzazioni (offshoring delle attività intangibili). Tra i fattori che abilitano la crescente diffusione dell’offshoring delle attività intangibili si ricordano la diffusione delle ICT, la modularizzazione di prodotti e processi, la ridotta disponibilità di alcuni tipi di competenze, la liberalizzazione dei mercati, e la crescente integrazione interorganizzativa. Come mostrato in Figura 1, quando l’offshoring riguarda l’esternalizzazione di attività intangibili ad altre imprese fornitrici di servizi specifici (ad esempio imprese di consulenza) viene qualificato come offshore outsourcing. Quando un’impresa, invece, fa un investimento diretto in un Paese emergente e apre un centro proprietario, si parla di captive offshoring. Scelte di localizzazione all’interno dei confini nazionali sono quelle che portano a mantenere ‘in house’ le attività intangibili oppure a esternalizzare, ma all’interno dei confini nazionali (domestic outsourcing).Per chiarire meglio quali sono i ‘contenuti’ dell’offshoring delle attività intangibili (captive e outsourcing), si noti che il termine si riferisce all’approvvigionamento di input, piuttosto che ad attività di vendita in output e che nasce per fare fronte a bisogni globali o domestici delle imprese, piuttosto che a necessità locali nei Paesi emergenti. In altre parole, non si riferisce né alle attività legate all’ingresso in un nuovo mercato locale (ad esempio la vendita di prodotti e servizi nel mercato cinese) né ai servizi per supportare le attività locali (ad esempio la gestione delle risorse umane per la sede cinese). Solo se le attività svolte dal centro proprietario o dall’impresa fornitrice supportano l’impresa a livello globale oppure offrono servizi per le sedi domestiche, allora si parla di offshoring (Lewin et al., 2009).
Giugno
M. R., Tagliaventi; Mattarelli, Elisa; A., Zanoni
M. R., Tagliaventi, Elisa, Mattarelli e Zanoni, A.. "L’offshoring delle attività intangibili e le PMI: i casi di due imprese italiane" Working paper, Università di Bologna, 2012.
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