Negli ultimi anni sono stati condotti vari studi finalizzati al miglioramento delle conoscenze relative all’assetto strutturale dell’Appennino Settentrionale: numerosi sono i lavori di sintesi alla scala macroscopica proponenti differenti modelli geodinamici, mentre quelli alla scala meso-microscopica sono generalmente riferiti ad aree geologicamente ristrette. Fra questi ultimi, diversi sono quelli che prendono in esame le tecniche di rilevamento e di analisi di strutture riconoscibili su ciottoli di conglomerati (improntature da presso-dissoluzione, strie, sliccoliti, stiloliti, mesofaglie). Utilizzando queste stesse tecniche si è deciso di studiare i depositi conglomeratici affioranti nelle valli dei fiumi Savio, Marecchia e Foglia, al confine tra le regioni Marche, Emilia Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino, essenzialmente per due motivi. Il primo perchè a tutt’oggi sono stati pubblicati pochi lavori strutturali di dettaglio di quest’area, che peraltro prendono quasi esclusivamente in esame l’analisi cinematica e dinamica di sistemi di fratture (faglie e diaclasi). Il secondo perché in questo settore dell’Appennino Settentrionale affiorano, con rapporti di sovrapposizione tettonica, le principali unità che costituiscono la catena (unità umbro-marchigiano-romagnole, toscane esterne, subliguri, liguri ed epiliguri), caratterizzate, in alcuni casi, da depositi conglomeratici. Questi, distribuiti dal Tortoniano sup. fino al Pliocene inf., sono presenti perciò in differenti contesti strutturali (avanfossa, bacini satelliti epiliguri della coltre alloctona della Val Marecchia, bacini minori neoautoctoni di piggyback) e si rivelano quindi di particolare importanza, in quanto potenziali indicatori del campo degli stress agente durante le fasi tettoniche messiniano-plioceniche. Sono state misurate circa 1500 impronte da presso-dissoluzione e alcune decine di superficie striate in un totale di 21 affioramenti. Questi sono ubicati nelle Formazioni di Acquaviva (Tortoniano sup.-Messiniano inf.), Casa M. Sabatino (Messiniano sup.) appartenenti alla successione epiligure della Val Marecchia e in quelle a Colombacci (Messiniano sup., ma in 2 corpi conglomeratici di età differenti, uno alla base e l'altro al tetto della formazione) e di Perticara (Pliocene inf., Zona a G. puncticulata), appartenenti alla successione umbro-marchigiano-romagnola. Queste due ultime formazioni sono poi da distinguere l’una dall’altra in quanto occupano posizioni strutturalmente differenti: la prima è antecedente al sovrascorrimento della coltre della Val Marecchia, la seconda (neoautoctono) si è deposta sia durante che immediatamente dopo tale evento tettonico (databile alla parte alta del Pliocene inf.). I risultati ottenuti, nonostante una certa dispersione delle misure (legata probabilmente in parte a problemi di campionamento dei dati ed in parte alle modalità deformative, che forse non riflettono sempre l’ipotesi di omogeneità), permettono di riconoscere diversi episodi deformativi di natura sia compressiva che distensiva. Il più antico è l'episodio distensivo (a direzione antiappenninica e di età Messiniana), in quanto assente nei depositi pliocenici. Questo è probabilmente da mettere in relazione al rallentamento, susseguente alla fase tettonica tortoniana, della migrazione del fronte deformativo appenninico (perdurante per quasi tutto il Messiniano), che porta alla chiusura di una avanfossa con caratteristiche fliscioidi. Gli episodi compressivi sono stati registrati in tutte le formazioni conglomeratiche studiate, dove sono riconoscibili almeno 2 eventi deformativi caratterizzati da direzioni di raccorciamento suborizzontali a direzione antiappenninca, la più evidente, e appenninica, statisticamente meno frequente. Inoltre, alcuni affioramenti delle formazioni messiniane presentano (al posto della direzione di raccorciamento appenninica) raccorciamenti orientati E-O, ESE-OSO. Questi ultimi dati potrebbero essere variamente interpretati: a) come effetto di eventi deformativi diversi che però sono stati scarsamente registrati; b) come risultato di deformazioni localizzate; c) come variazioni, legate a condizioni strutturali, dell’evento deformativo a raccorciamento appenninico. Non sono state riconosciute evidenze che permettano chiaramente di stabilire delle relazioni di temporalità reciproca tra i 2 eventi deformativi principali. Essi sono probabilmente di età pliocenica inf., o addirittura più recenti. La direzione di raccorciamento NE-SO rientrerebbe nel quadro strutturale generale dell’Appennino Settentrionale e potrebbe quindi essere legata alla fase di acme appenninico databile al Pliocene inf. Quella a direzione NO-SE potrebbe invece essere legata all’attività degli elementi tettonici trasversali, quali le faglie di strappo degli archi strutturali della Coltre della Val Marecchia.

Analisi mesostrutturale di conglomerati neogenici provenienti da depositi dell’avanfossa, epiliguri e neoautoctoni (Appennino marchigiano-romagnolo): possibili implicazioni con le fasi deformative messiniano-plioceniche inferiori / Capitan, i M; Conti, Stefano. - STAMPA. - (1997), pp. 153-154. (Intervento presentato al convegno Geoitalia 1997 tenutosi a Bellaria (RN) nel 5-9 ottobre).

Analisi mesostrutturale di conglomerati neogenici provenienti da depositi dell’avanfossa, epiliguri e neoautoctoni (Appennino marchigiano-romagnolo): possibili implicazioni con le fasi deformative messiniano-plioceniche inferiori.

CONTI, Stefano
1997

Abstract

Negli ultimi anni sono stati condotti vari studi finalizzati al miglioramento delle conoscenze relative all’assetto strutturale dell’Appennino Settentrionale: numerosi sono i lavori di sintesi alla scala macroscopica proponenti differenti modelli geodinamici, mentre quelli alla scala meso-microscopica sono generalmente riferiti ad aree geologicamente ristrette. Fra questi ultimi, diversi sono quelli che prendono in esame le tecniche di rilevamento e di analisi di strutture riconoscibili su ciottoli di conglomerati (improntature da presso-dissoluzione, strie, sliccoliti, stiloliti, mesofaglie). Utilizzando queste stesse tecniche si è deciso di studiare i depositi conglomeratici affioranti nelle valli dei fiumi Savio, Marecchia e Foglia, al confine tra le regioni Marche, Emilia Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino, essenzialmente per due motivi. Il primo perchè a tutt’oggi sono stati pubblicati pochi lavori strutturali di dettaglio di quest’area, che peraltro prendono quasi esclusivamente in esame l’analisi cinematica e dinamica di sistemi di fratture (faglie e diaclasi). Il secondo perché in questo settore dell’Appennino Settentrionale affiorano, con rapporti di sovrapposizione tettonica, le principali unità che costituiscono la catena (unità umbro-marchigiano-romagnole, toscane esterne, subliguri, liguri ed epiliguri), caratterizzate, in alcuni casi, da depositi conglomeratici. Questi, distribuiti dal Tortoniano sup. fino al Pliocene inf., sono presenti perciò in differenti contesti strutturali (avanfossa, bacini satelliti epiliguri della coltre alloctona della Val Marecchia, bacini minori neoautoctoni di piggyback) e si rivelano quindi di particolare importanza, in quanto potenziali indicatori del campo degli stress agente durante le fasi tettoniche messiniano-plioceniche. Sono state misurate circa 1500 impronte da presso-dissoluzione e alcune decine di superficie striate in un totale di 21 affioramenti. Questi sono ubicati nelle Formazioni di Acquaviva (Tortoniano sup.-Messiniano inf.), Casa M. Sabatino (Messiniano sup.) appartenenti alla successione epiligure della Val Marecchia e in quelle a Colombacci (Messiniano sup., ma in 2 corpi conglomeratici di età differenti, uno alla base e l'altro al tetto della formazione) e di Perticara (Pliocene inf., Zona a G. puncticulata), appartenenti alla successione umbro-marchigiano-romagnola. Queste due ultime formazioni sono poi da distinguere l’una dall’altra in quanto occupano posizioni strutturalmente differenti: la prima è antecedente al sovrascorrimento della coltre della Val Marecchia, la seconda (neoautoctono) si è deposta sia durante che immediatamente dopo tale evento tettonico (databile alla parte alta del Pliocene inf.). I risultati ottenuti, nonostante una certa dispersione delle misure (legata probabilmente in parte a problemi di campionamento dei dati ed in parte alle modalità deformative, che forse non riflettono sempre l’ipotesi di omogeneità), permettono di riconoscere diversi episodi deformativi di natura sia compressiva che distensiva. Il più antico è l'episodio distensivo (a direzione antiappenninica e di età Messiniana), in quanto assente nei depositi pliocenici. Questo è probabilmente da mettere in relazione al rallentamento, susseguente alla fase tettonica tortoniana, della migrazione del fronte deformativo appenninico (perdurante per quasi tutto il Messiniano), che porta alla chiusura di una avanfossa con caratteristiche fliscioidi. Gli episodi compressivi sono stati registrati in tutte le formazioni conglomeratiche studiate, dove sono riconoscibili almeno 2 eventi deformativi caratterizzati da direzioni di raccorciamento suborizzontali a direzione antiappenninca, la più evidente, e appenninica, statisticamente meno frequente. Inoltre, alcuni affioramenti delle formazioni messiniane presentano (al posto della direzione di raccorciamento appenninica) raccorciamenti orientati E-O, ESE-OSO. Questi ultimi dati potrebbero essere variamente interpretati: a) come effetto di eventi deformativi diversi che però sono stati scarsamente registrati; b) come risultato di deformazioni localizzate; c) come variazioni, legate a condizioni strutturali, dell’evento deformativo a raccorciamento appenninico. Non sono state riconosciute evidenze che permettano chiaramente di stabilire delle relazioni di temporalità reciproca tra i 2 eventi deformativi principali. Essi sono probabilmente di età pliocenica inf., o addirittura più recenti. La direzione di raccorciamento NE-SO rientrerebbe nel quadro strutturale generale dell’Appennino Settentrionale e potrebbe quindi essere legata alla fase di acme appenninico databile al Pliocene inf. Quella a direzione NO-SE potrebbe invece essere legata all’attività degli elementi tettonici trasversali, quali le faglie di strappo degli archi strutturali della Coltre della Val Marecchia.
1997
Geoitalia 1997
Bellaria (RN)
5-9 ottobre
153
154
Capitan, i M; Conti, Stefano
Analisi mesostrutturale di conglomerati neogenici provenienti da depositi dell’avanfossa, epiliguri e neoautoctoni (Appennino marchigiano-romagnolo): possibili implicazioni con le fasi deformative messiniano-plioceniche inferiori / Capitan, i M; Conti, Stefano. - STAMPA. - (1997), pp. 153-154. (Intervento presentato al convegno Geoitalia 1997 tenutosi a Bellaria (RN) nel 5-9 ottobre).
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