Per i teologi della diaspora russa del XX secolo, lo studio del concilio di Nicea (325) non è motivato da un mero interesse storiografico, ma dall’esigenza di affrontare le fratture della modernità sul piano teologico ed ecclesiologico. Nella prima generazione degli esuli, Nicea rappresenta il fondamento dogmatico dell’unità cristiana: per Sergij Bulgakov il Credo niceno costituisce una convergenza ecumenica essenziale nella rivelazione del mistero trinitario; per Georges Florovsky e Vladimir Lossky esso è norma della Tradizione vivente, espressione della regula fidei contro derive speculative eterodosse. Nel secondo dopoguerra, con Nicholas Afanasiev, Alexander Schmemann e John Meyendorff, l’attenzione si sposta sul piano canonico ed ecclesiologico: il canone VIII di Nicea («un vescovo in una città») viene assunto come principio critico per valutare il disordine giurisdizionale della diaspora e ripensare il modello della Chiesa locale, l’autocefalia e il rapporto tra sinodalità e primato. L’eredità nicena emerge così nella sua attualità per coniugare fedeltà dogmatica e rinnovamento ecclesiale, fino alle attuali tensioni panortodosse e al dialogo cattolico-ortodosso.
Il Concilio di Nicea nei pensatori della diaspora ortodossa russa del XX secolo / Mainardi, A.. - In: CAMPANIA SACRA. - ISSN 0392-1352. - 57:1(2026), pp. 57-75.
Il Concilio di Nicea nei pensatori della diaspora ortodossa russa del XX secolo
Alberto Mainardi
2026
Abstract
Per i teologi della diaspora russa del XX secolo, lo studio del concilio di Nicea (325) non è motivato da un mero interesse storiografico, ma dall’esigenza di affrontare le fratture della modernità sul piano teologico ed ecclesiologico. Nella prima generazione degli esuli, Nicea rappresenta il fondamento dogmatico dell’unità cristiana: per Sergij Bulgakov il Credo niceno costituisce una convergenza ecumenica essenziale nella rivelazione del mistero trinitario; per Georges Florovsky e Vladimir Lossky esso è norma della Tradizione vivente, espressione della regula fidei contro derive speculative eterodosse. Nel secondo dopoguerra, con Nicholas Afanasiev, Alexander Schmemann e John Meyendorff, l’attenzione si sposta sul piano canonico ed ecclesiologico: il canone VIII di Nicea («un vescovo in una città») viene assunto come principio critico per valutare il disordine giurisdizionale della diaspora e ripensare il modello della Chiesa locale, l’autocefalia e il rapporto tra sinodalità e primato. L’eredità nicena emerge così nella sua attualità per coniugare fedeltà dogmatica e rinnovamento ecclesiale, fino alle attuali tensioni panortodosse e al dialogo cattolico-ortodosso.| File | Dimensione | Formato | |
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