Nel 1958, quando fu approvata la legge Merlin, il Paese - a ragione - sentiva ingombrante, antiquato e legato a vecchi pregiudizi un sistema di regolamentazione della prostituzione incentrato essenzialmente sull'autorizzazione all'esercizio all'interno di specifici locali, sotto il controllo di pubblica sicurezza e sanitario. L'esistente contrastava con l'idea stessa di dignità sociale, ma nella nuova disciplina prevalse un'irragionevole "finalità moralizzatrice", le cui previsioni andarono completamente disattese. Non era accettabile una legalizzazione della prostituzione filtrata dalla "mediazione" dello Stato. Era però insensato che la Stato si ritraesse senza fare altro. La prostituzione, con scelta che appare condivisibile, non fu perseguita e non assunse rilevanza penale, per non intervenire sull'astratta libertà di autodeterminazione di chi la esercita. Lo Stato "non si intromise" ma lasciò tuttavia chi, prostituendosi, era astrattamente "libero" di autodeterminarsi nella totale "solitudine". Chi esercita la prostituzione non trova alcun sostegno che lo salvaguardi da quanto, nei fatti, comprime tale libertà. Il “lavoro” in questione viene solo apparentemente tutelato limitandosi a chiudere le case di prostituzione ed a persegire i comportamenti di chi "approfitta" della condizione. Nessuna norma consente di creare ambiti, luoghi, situazioni in cui la prostituzione possa essere "esercitata legalmente" e non solamente "tollerata" o "ignorata". L'intervento penale sulla prostituzione s'incentra, con una tecnica legislativa viziata da eccessi di analiticità, sulle figure del favoreggiamento e dello sfruttamento, senza curarsi minimamente di quale sia lo "spazio" che l'attività di prostituzione occupa nei contesti urbani e nelle relazioni sociali, così che il fenomeno "deborda" e "crea disturbo" in tutti gli ambiti in quanto nessun "luogo" gli può veramente appartenere. Non essendovi uno spazio di libero esercizio della prostituzione ma esclusivamente la sua "mancanza di rilievo penale", la tendenza diventa sempre più quella di considerare la prostituzione non tanto un fenomeno sociale, ma una realtà da contrastare, da contenere da mandare "più in là". Davanti a tanta ipocrisia si fronteggiano due posizioni. Da un lato, la proposta di ammettere come "punto fermo" la possibilità di esercitare la prostituzione all'interno delle case e dall'altro lato il contrasto a tale asserzione, nella consapevolezza di quante contraddizioni questa "soluzione" faccia sorgere e quali tensioni e difficoltà le sue dinamiche possano portare nel tessuto sociale. Un secondo elemento di riflessione riguarda i rischi legati alla prostituzione che si rafforzano più la stessa resta "nascosta". Consentire al fenomeno di rendersi palese, di localizzarsi e di spostarsi senza la modifica del quadro normativo, lascia del tutto irrisolti i nodi problematici che lo caratterizzano. Anche la soluzione della zonizzazione, e cioè la realizzazione di un quadro in cui la prostituzione di strada è accompagnata da alcuni segmenti di controllo, fatti sulla base di programmati interventi di Polizia e di protezione in un quadro di "riduzione del danno", presenta aspetti contraddittori. Se da un lato alleggerisce i rischi e la conflittualità nei quartieri in cui essa avviene oggi in modo incontrollato, il suo esercizio più sorvegliato presenta, tuttavia, altri evidenti inconvenienti. Suscita forti perplessità la possibilità che tale soluzione possa essere praticata in città come le nostre, ed in territori fortemente antropizzati e sensibili al sentimento d’insicurezza, senza una legislazione nazionale

Prostituzione: abbandonare le semplificazioni e valorizzare le politiche sociali / Pighi, Giorgio. - STAMPA. - 1:(2010), pp. 5-7.

Prostituzione: abbandonare le semplificazioni e valorizzare le politiche sociali

PIGHI, Giorgio
2010

Abstract

Nel 1958, quando fu approvata la legge Merlin, il Paese - a ragione - sentiva ingombrante, antiquato e legato a vecchi pregiudizi un sistema di regolamentazione della prostituzione incentrato essenzialmente sull'autorizzazione all'esercizio all'interno di specifici locali, sotto il controllo di pubblica sicurezza e sanitario. L'esistente contrastava con l'idea stessa di dignità sociale, ma nella nuova disciplina prevalse un'irragionevole "finalità moralizzatrice", le cui previsioni andarono completamente disattese. Non era accettabile una legalizzazione della prostituzione filtrata dalla "mediazione" dello Stato. Era però insensato che la Stato si ritraesse senza fare altro. La prostituzione, con scelta che appare condivisibile, non fu perseguita e non assunse rilevanza penale, per non intervenire sull'astratta libertà di autodeterminazione di chi la esercita. Lo Stato "non si intromise" ma lasciò tuttavia chi, prostituendosi, era astrattamente "libero" di autodeterminarsi nella totale "solitudine". Chi esercita la prostituzione non trova alcun sostegno che lo salvaguardi da quanto, nei fatti, comprime tale libertà. Il “lavoro” in questione viene solo apparentemente tutelato limitandosi a chiudere le case di prostituzione ed a persegire i comportamenti di chi "approfitta" della condizione. Nessuna norma consente di creare ambiti, luoghi, situazioni in cui la prostituzione possa essere "esercitata legalmente" e non solamente "tollerata" o "ignorata". L'intervento penale sulla prostituzione s'incentra, con una tecnica legislativa viziata da eccessi di analiticità, sulle figure del favoreggiamento e dello sfruttamento, senza curarsi minimamente di quale sia lo "spazio" che l'attività di prostituzione occupa nei contesti urbani e nelle relazioni sociali, così che il fenomeno "deborda" e "crea disturbo" in tutti gli ambiti in quanto nessun "luogo" gli può veramente appartenere. Non essendovi uno spazio di libero esercizio della prostituzione ma esclusivamente la sua "mancanza di rilievo penale", la tendenza diventa sempre più quella di considerare la prostituzione non tanto un fenomeno sociale, ma una realtà da contrastare, da contenere da mandare "più in là". Davanti a tanta ipocrisia si fronteggiano due posizioni. Da un lato, la proposta di ammettere come "punto fermo" la possibilità di esercitare la prostituzione all'interno delle case e dall'altro lato il contrasto a tale asserzione, nella consapevolezza di quante contraddizioni questa "soluzione" faccia sorgere e quali tensioni e difficoltà le sue dinamiche possano portare nel tessuto sociale. Un secondo elemento di riflessione riguarda i rischi legati alla prostituzione che si rafforzano più la stessa resta "nascosta". Consentire al fenomeno di rendersi palese, di localizzarsi e di spostarsi senza la modifica del quadro normativo, lascia del tutto irrisolti i nodi problematici che lo caratterizzano. Anche la soluzione della zonizzazione, e cioè la realizzazione di un quadro in cui la prostituzione di strada è accompagnata da alcuni segmenti di controllo, fatti sulla base di programmati interventi di Polizia e di protezione in un quadro di "riduzione del danno", presenta aspetti contraddittori. Se da un lato alleggerisce i rischi e la conflittualità nei quartieri in cui essa avviene oggi in modo incontrollato, il suo esercizio più sorvegliato presenta, tuttavia, altri evidenti inconvenienti. Suscita forti perplessità la possibilità che tale soluzione possa essere praticata in città come le nostre, ed in territori fortemente antropizzati e sensibili al sentimento d’insicurezza, senza una legislazione nazionale
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